martedì 20 dicembre 2016
venerdì 15 aprile 2016
L'albero. Un fumetto ispirato alla figura di Franz Kafka
L'albero tavola n.5
testo e disegni.Claudio Bellato
Questo disegno fa parte di una serie di fumetti
adattati o ispirati alla vita ed ai racconti brevi di Franz Kafka
che sto realizzando e che pubblichero' con piccoli assaggi
in questo blog. Cio' non toglie che se qualche editore fosse interessato....
adattati o ispirati alla vita ed ai racconti brevi di Franz Kafka
che sto realizzando e che pubblichero' con piccoli assaggi
in questo blog. Cio' non toglie che se qualche editore fosse interessato....
A discapito delle didascalie ,il mio rispetto per l'opera di Kafka
e immenso..Ma in questo disegno,la voce fuori campo appartiene ad un personaggio
in qualche modo tormentato dalla figura di un Kafka veggente...
e immenso..Ma in questo disegno,la voce fuori campo appartiene ad un personaggio
in qualche modo tormentato dalla figura di un Kafka veggente...
martedì 13 ottobre 2015
Il ritorno (un racconto di Franz Kafka)
Il ritorno
Franz Kafka
Illustrazioni by Claudio Bellato
tavola N°1 e N°5
“Sono ritornato, ho attraversato l’ingresso e mi guardo intorno. E’ il
vecchio cortile di mio padre. La pozzanghera nel mezzo. Attrezzi
vecchi, inservibili, intricati tra loro ostacolano il passaggio alla scala
del solaio. Il gatto sta in agguato sulla ringhiera. Un panno a brandelli,
avvolto un giorno per giuoco intorno a un palo, si agita al vento. Sono
arrivato. Chi mi riceverà? Chi aspetta dietro la porta della cucina? Dal
camino esce il fumo, si sta bollendo il caffè per la sera. Ti senti a tuo
agio, senti di essere a casa tua? Non lo so, sono molto incerto. È la
casa di mio padre, ma freddi stanno gli oggetti l’uno accanto all’altro,
come se ciascuno badasse ai fatti suoi che in parte ho dimenticati, in
parte mai conosciuti. Pur essendo figlio del babbo, del vecchio
agricoltore, come potrò essere utile, che cosa sono per loro? E non oso
bussare alla porta della cucina, ascolto soltanto da lontano, da lontano
sto in ascolto, in piedi, ma non in modo che mi si possa sorprendere a
origliare. E siccome ascolto da lontano, non afferro nulla, odo o credo
forse soltanto di udire un leggero ticchettio d’orologio che pare mi
giunga dai giorni dell’infanzia. Ciò che si svolge in cucina è un segreto
di coloro che vi stanno e che me lo nascondono. Quanto più si indugia
fuori della porta, tanto più si diventa estranei. E se ora qualcuno
aprisse la porta e mi rivolgesse una domanda? Non sarei io stesso
come uno che voglia custodire il suo segreto?”
lunedì 13 luglio 2015
Un piccolo omaggio a Giordano Falzoni
Un
piccolo omaggio
a Giordano
Falzoni
(Testo ed illustrazioni di Claudio Bellato)
“Tutto quello che passa passa infatti
per le scale. Tutto quello che arriva,arriva dalle scale
Le lettere, le partecipazioni, i mobili
che gli uomini dei traslochi, portano ,o portano via.
Il dottore chiamato d’urgenza ,il
viaggiatore che torna da un lungo viaggio.
E per questo che le scale restano un
luogo anonimo, freddo, quasi ostile. Si inizierà qui dunque . In Rue Simon
Crubellier n.11”
La vita, istruzioni per l’uso - George Perec.
Qualche tempo
fa ,ho visto il film di Alice Guareschi: Autobiografia di una casa.
Nel film che è
fatto di bellissimi silenzi ,la regista racconta attraverso sottotitoli e
inquadrature su silenziose scale e ringhiere sbreccate (appunto)di un vecchio condominio
milanese ,di aver vissuto nello stesso palazzo dell’artista Giordano Falzoni
,ma di averlo appreso solo dopo la morte.
Di aver
intravisto quel portone con una luce fioca e tanta penombra, e un piccolo
infermiere indiano che scivolava all'interno della casa per assistere l’artista
malato da molti anni.
Viene fuori un
riflessione sui silenzi delle nostre vite ,sulla nostra incapacità di
comunicare, sulla conoscenza delle vite degli altri appresa solo al momento dei
fiocchi appesi al portone, o delle ambulanze che corrono a prendere qualcuno .Viene
fuori l’incontro con il regista Alberto Grifi che racconterà Giordano…
Chi
era Giordano Falzoni?
Giordano Falzoni
(1925-1998) nasce a Zagabria, durante una tournèe dei suoi genitori, entrambi
musicisti. Studia a Firenze e Parigi, dove frequenta Breton e il gruppo
surrealista. Si trasferisce a Roma negli anni Cinquanta per poi unirsi al
Gruppo 63. Pittore, ceramista, drammaturgo, è una delle figure più eclettiche
ma al contempo meno conosciute della neoavanguardia italiana. Falzoni è anche
traduttore: sua è la prima versione italiana di Nadja di Breton, pubblicata da
Einaudi nel 1972.
Zavattini scrisse di Giordano: “ Ogni tanto lascia nell’aria
di una piazza,qualche parola nuova,senza mai votarsi indietro,le farfalle gli
devono molto…Da un quarto di secolo, lo conosco, lo stimo… Lo dimentico…
Nessuno in
Italia e forse neppure all’estero possiede l’arte preziosa di farsi
dimenticare.”
E un venerdì
nuvoloso di ottobre ,ed io mi trovo a Milano per una visita.
Decido di
allungare la strada del ritorno per visitare la casa di Giordano Falzoni..
Arrivo, ma sul
citofono della casa di corso Genova non
c’è nessun Falzoni.
Allora entro
nel bar (Milanesissimo) dove ci
sarebbero ancora i quadri del padre di Giordano pittore di zingarelle e
paesaggi e chiedo all’anziano cameriere :“Mi scusi ,ma ci sono ancora in questo
bar i quadri del padre di Giordano Falzoni?”
Il Barista mi
guarda appena e indica delle foto coloratissime che circondano il bancone e
raffigurano dei cocktails
“ No,non sono
quelle..Sono dei quadri ”
“Chieda al
padrone..Io non so niente…”
Mi risponde
con un forte accento milanese ,senza Mai sollevare gli occhi dal bancone.
Esco dal bar
,e vado sul retro del palazzo.
È di un
marrone scuro …vecchie persiane scrostate.
Tante foglie
sul marciapiedi…e rumore di macchine .
Me ne vado pensando che
un giorno dal quelle finestre usciranno tutte le farfalle colorate di
Giordano.
Loro
cancelleranno tutto il grigiore della città ,e i milanesi improvvisamente
grideranno:” “ Giordano Falzoni!”
E impareranno
a sorridere.
Fonti citate
nel testo
per conoscere meglio Falzoni:
AUTOBIOGRAFIA
DI UNA CASA (ALICE GUARESCHI)
LA
SPIAGGIA-RITRATTO DI GIORDANO FALZONI(ALBERTO GRIFI)
IL GRANDE FREDDO(ALBERTO GRIFI)
giovedì 14 maggio 2015
martedì 30 dicembre 2014
Al màt
Al mát
(Testo ed
illustrazioni di Claudio Bellato)
Francamente
di quelle domeniche ricordo molto poco. Col tempo le stanze accumulano sempre
più scartoffie, che dopo un po’ bisogna buttare via .
In
realtà ,da qualche tempo ho anche smesso di raccoglierle.
Ovviamente
come molti di voi sapranno, questo è anche un metodo per non dargliela vinta.
Il
prete ci raccontava la storia dell’indemoniato e
i
suoi pollici erano rivolti all’ indietro come sempre.
Le
sue guance ed il suo naso avevano quel bel colore rosso che hanno certi gnomi
nei libri delle fiabe , o più semplicemente di chi sta per ore al caldo della
stufa, bevendo qualche bicchiere di vino
” Gesú disse:” Spirito
immondo esci da quest’uomo!”
Gesú gli domandò :” Qual
è il tuo nome?” Egli gli rispose:” Il mio nome è legione perché siamo molti” E
lo pregava con insistenza che non lo mandasse via dal paese.
” Non mandarci via ! Qui
stiamo bene!”
C’era là un gran branco
di porci che pascolava sul monte.
I demoni lo pregarono
dicendo:”Mandaci nei porci perché entriamo in essi”
Egli lo permise loro .
Gli spiriti immondi,usciti entrarono nei porci,perché entriamo in essi” Egli lo
permise loro. Gli spiriti immondi usciti entrarono nei porci, e il branco si
gettò giù a precipizio nel mare.
Il
prete fece una pausa , abbassando la testa, poi fissando un punto imprecisato
della folla disse:” Quante volte
chiediamo nella nostra vita…Signore , non mandarci via…Qui si sta bene!
Ma
quale è il prezzo che ci chiede satana?”
Fu
durante una delle lunghe pause dell’omelia che sentii quel grido.
Se
chiudo gli occhi lo sento ancora adesso.
L’uomo
che aveva gridato avanzava verso il tabernacolo camminando tra le due file di
panche.
Aveva
un cappotto color cammello che puzzava di muffa e di merda.
Il
volto rugoso era avvolto da una barba ispida e bianca.
Dall’enorme
cranio quasi calvo penzolavano unti, i pochi e lunghi capelli che stavano
incollati alle orecchie ed al bavero del cappotto .
“
Raaah! Gaaah!” Urlava.
Si
fregava le grosse mani bianche, e ci guardava ridendo.
Poi
le sue dita bitorzolute dalle lunghe unghie gialle indicarono il prete.
Disse
anche qualcosa che non ricordo.
Pregai
che uscisse .Dissi a bassa voce” Signore,
fa che non mi tocchi …Lo so che sbaglio e faccio sempre un sacco di casini,ma
TI GIURO che sarò più buono!”
Non
avrei voluto ascoltarlo così come non si riesce ad ascoltare la risposta di
qualcuno ad una domanda imbarazzante.
“ Non ascoltatelo! Non
ascoltatelo!” Disse il vecchio prete.
Dietro
di lui i chierichetti ridevano e si davano gomitate.
Poi
venne la raccolta delle elemosine,ed il brusio attenuò le sue grida.
Dopo
un po’non si sentì più nulla. Il matto
se ne era andato .
A
casa raccontai tutto a mia madre che versando il brodo nel piatto
sentenziò:”Mo sì !Al iera un mát e basta! At a vist un
mát.”
Qualcuno
mi aveva raccontato che i matti nell’antichità venivano bruciati
dalla
chiesa ,perché venivano scambiati per indemoniati, o forse perché era
necessario sacrificare qualcuno ,per mettere in guardia i fedeli sulla presenza
del diavolo.
Tuttavia
quando morivano nessuno vedeva porci ,ma
restava solo una gran puzza di bruciato.
Forse quell’ uomo era stato mandato lì per
dire qualcosa al prete, o anche a me.
Ma
che cosa di preciso non saprei,forse lo poteva sapere il prete che è morto da
molti anni.
Le
nostre vite sono attraversate da migliaia di messaggi misteriosi, che
spariscono come le bottiglie verdi che dormono sui fondali dell’oceano.
Rividi
quell’uomo ancora qualche volta,o era qualcuno che gli assomigliava.
D’estate
o di inverno portava il cappotto il cappello o la sciarpa e aveva l’ aria di un
tisico .
Qualcuno
che non ricordo, disse che era un ingegnere caduto in disgrazia.
Spesso
ripenso a lui ,e a tutti gli altri matti del paese…A Berto che gridava forza
Juve giorno e notte.
Qualcuno
diceva che gli era scoppiata una bomba vicino quando era piccolo.
A
Ivano che beveva fino a quando gli si glassavano gli occhi e gridava che gli
avevano portato via i bambini, e la sua voce si perdeva nelle notti di quegli
inverni ormai lontanissimi.
martedì 4 novembre 2014
La veglia
(Sogno di Cecina)
(Racconto ed illustrazioni :Claudio Bellato)
Bussano alla porta.
Chi sarà ?
Dalla mia finestra solo un
soffio di vento, una piccola piazza vuota ed illuminata da una lampada che danza nel vento
e in lontananza una musica, ma non si sa
da dove venga .
Le onde bagnano il muro.
La spiaggia è fatta da
sassi.
Bussano alla porta ,ma
quando apro non c’è nessuno .
C’è solo il soffio del
vento
Il portiere dell’albergo
se ne è andato e i miei vicini non li conosco.
Davanti a me solo il
corridoio vuoto.
Cammino in silenzio e
scalzo per non farmi sentire, e arrivo fino al primo piano .
Mi acquatto sul
pianerottolo per non farmi vedere.
Nel salone sento
parlare,una lingua che non conosco, una lingua fatta di suoni .
L’ orchestrina suona il
vecchio i saremo più"e e sono pieni di occhi ,
guardano me, ma non sembrano interessati ,guardano in ognivalzer
viennese .
La porta a vetri e aperta ,
e le onde del mare arrivano fino al bancone della hall.
C’è un uomo con la testa
di pietra e, una donna con i capelli blu cobalto che il vento fa danzare
intrecciandoli .
Li guardo.. arrivano fino
al soffitto .
Vedo una donna dagli occhi
bianchi.
Un uomo dalla mascella
enorme beve e getta il bicchiere alle
sue spalle .
Ripete questo gesto,e
dice: “Es wird a Wein sein, und mir wer'n nimmer sein!”
Più in là c’è un uomo
dalla sguardo buono e dagli enormi occhi azzurri si sorregge con un bastone .
Il sesto è un tizio con
occhiali da aviatore ed una strana muta di gomma rossa.
Ha una cresta sul capo ed apre la bocca in continuazione, il suo naso è
una proboscide lunghissima .
Dopo un po’ mi accorgo che
queste creature sono sorrette da fili ,
e si muovono sulla scacchiera dell’enorme pavimento ,occupando a turno una
piastrella sempre diversa.
Chi li muova è difficile
dirlo ,perchè dal soffitto altissimo non si vede niente ,solo buio.
I fili sono tentacoli di
un verde abbagliante e sono pieni di occhi , guardano me, ma non sembrano
interessati ,guardano in ogni luogo.
Sento un fruscio alle mie
spalle , mi giro con il cuore in gola.
Un uomo in ginocchio
dietro di me,ha visto tutta la scena. Lo riconosco , è il mio vicino di stanza.
Ha la barba di tre giorni e un baschetto blu ,di quelli che usavano i contadini
una volta . Mi guarda e posa una mano
sulla mia spalla.
“Non se hapisce na seha
!”Dice.
Lo guardo con il cuore in
gola per lo spavento.
Lui mi guarda e dice “ L’
he meglio he ritorniamo dentro !”
Entriamo dentro,ciascuno
nella propria stanza, salutandoci in silenzio,con un gesto della mano.
Ci lasciamo alle spalle
quella festa assurda. Io getto ancora un occhio alle mie spalle, vedendo quei
tentacoli che guizzano lungo la tromba delle scale.
Poi ricordo solo un
vortice di luci e di ombre ed il mio
risveglio.
“È stato un sogno !”
Continuo a ripetermi a bassa voce…
E mentre mi dimenavo per
divincolarmi da non so che,ho battuto un piede contro il letto,e mi sono
risvegliato a causa del dolore.
Guardo il soffitto , e mi
rendo conto di non essere in casa mia,ma nella stanza che ho sognato.
Poi tutto mi diventa
chiaro .
Ieri mattina sono arrivato
in questo posto.
Il mio vicino di stanza ha
consegnato i documenti subito dopo di me.
Ma non ha un cappello da
contadino,né tanto meno un accento toscano.
Dalla mia finestra vedo
una piccola piazza vuota, illuminata da una lampada che danza nel vento appesa
ad un filo .
Ma non si sente musica in
lontananza ,come nel mio sogno.
Cosa ci sia là fuori ,io
non lo so.
Esco dalla mia stanza ed
attraverso il lungo corridoio.
I miei piedi sfiorano il soffice tappeto rosso.
Piccole luci fioche illuminano le porte.
Chi c’è lì dentro?
Io non lo so.
Arrivo nel salone,e guardo
il soffitto altissimo e buio .
Dalla porta a vetri posso
vedere la spiaggia di sassi e le onde del mare altissime.
Ma non si sentono valzer
viennesi come nel mio sogno.
Né si vedono donne con
capelli blu, o uomini con la faccia di pietra.
Sono solo.
Solo come sempre.
Ma non ne faccio un
dramma.
Chi ci sia in questo
albergo,io non lo so .
So solo che in questo
momento stanno tutti dormendo.
Un filo sottile collega i
loro corpi, con tutti gli altri corpi la fuori.
I muri e le barriere non
esistono più,tutti dormono sulla terra fredda ,sotto ad un cielo nero, come è
stato e come sempre sarà,dal tempo in cui fu deciso.
Io sono stato chiamato a
vegliare su di loro ,o almeno così mi piace pensare.
Ma come potrò essere utile
?
Cosa sono io per loro ?
Come potrei impedire
qualsiasi cosa al padrone delle loro vite?
Io sono solo una guardia
disarmata ,e quello che accade ora è un segreto che nessuno potrebbe svelarmi.
E allora aspetto il
mattino e resto a guardarti.
Io sento il tuo respiro
che va e che viene ,come le onde del mare, e lo custodisco dentro di me, come
se fosse il bene più prezioso.
Anche il piccolo Tondo fa
vibrare i suoi baffi, forse immerso in un sogno di agguati e vibrisse,che
faticherebbe a spiegarmi domani mattina.
Ed è in notti come queste
che penso a tutti i cari amici che sognano.
Penso a P. ed alla sua
casetta nel bosco, dove ora i tassi danzano alla luce della luna, come non
farebbero mai davanti a lui .
Penso a G. che ha
preparato il pranzo per domani ed ora riposa nella sua guardiola ,mentre l’aria
là fuori profuma di minestra e di
nebbia.
Penso anche agli ultimi
sogni che mio padre avrebbe voluto raccontarmi .
Ma io non c’ero mai.
Io non avevo tempo di
ascoltarlo ,perché ero troppo impegnato nelle mie imprese solenni,e nella
frequentazione degli imbecilli di ogni ordine e grado (una delle mie
specialità)
Penso al profumo della sua
giacca,quando ritornava a casa ,e chiudo gli occhi.
Sono su questo terrazzo ,ed
ho le mani appoggiate sul balcone.
Resto qui a guardarti
,mentre tutti sognano, sulla terra fredda ,sotto a questo cielo nero.
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