venerdì 15 aprile 2016

L'albero. Un fumetto ispirato alla figura di Franz Kafka

L'albero tavola n.5
testo e disegni.Claudio Bellato







Questo disegno fa parte di una serie di fumetti
adattati o ispirati alla vita ed ai racconti brevi di Franz Kafka
che sto realizzando e che pubblichero' con piccoli assaggi
in questo blog. Cio' non toglie che se qualche editore fosse interessato....
A discapito delle didascalie ,il mio rispetto per l'opera di Kafka
e immenso..Ma in questo disegno,la voce fuori campo appartiene ad un personaggio
in qualche modo tormentato dalla figura di un Kafka veggente...

martedì 13 ottobre 2015

Il ritorno (un racconto di Franz Kafka)




Il ritorno
Franz Kafka
Illustrazioni by Claudio Bellato
tavola N°1 e N°5





“Sono ritornato, ho attraversato l’ingresso e mi guardo intorno. E’ il vecchio cortile di mio padre. La pozzanghera nel mezzo. Attrezzi vecchi, inservibili, intricati tra loro ostacolano il passaggio alla scala del solaio. Il gatto sta in agguato sulla ringhiera. Un panno a brandelli, avvolto un giorno per giuoco intorno a un palo, si agita al vento. Sono arrivato. Chi mi riceverà? Chi aspetta dietro la porta della cucina? Dal camino esce il fumo, si sta bollendo il caffè per la sera. Ti senti a tuo agio, senti di essere a casa tua? Non lo so, sono molto incerto. È la casa di mio padre, ma freddi stanno gli oggetti l’uno accanto all’altro, come se ciascuno badasse ai fatti suoi che in parte ho dimenticati, in parte mai conosciuti. Pur essendo figlio del babbo, del vecchio agricoltore, come potrò essere utile, che cosa sono per loro? E non oso bussare alla porta della cucina, ascolto soltanto da lontano, da lontano sto in ascolto, in piedi, ma non in modo che mi si possa sorprendere a origliare. E siccome ascolto da lontano, non afferro nulla, odo o credo forse soltanto di udire un leggero ticchettio d’orologio che pare mi giunga dai giorni dell’infanzia. Ciò che si svolge in cucina è un segreto di coloro che vi stanno e che me lo nascondono. Quanto più si indugia fuori della porta, tanto più si diventa estranei. E se ora qualcuno aprisse la porta e mi rivolgesse una domanda? Non sarei io stesso come uno che voglia custodire il suo segreto?”

lunedì 13 luglio 2015

Un piccolo omaggio a Giordano Falzoni


Un piccolo omaggio
a Giordano Falzoni

(Testo ed illustrazioni di Claudio Bellato)




Ritratto di Giordano Falzoni (china su carta) Claudio Bellato


“Tutto quello che passa passa infatti per le scale. Tutto quello che arriva,arriva dalle scale
Le lettere, le partecipazioni, i mobili che gli uomini dei traslochi, portano ,o portano via.
Il dottore chiamato d’urgenza ,il viaggiatore che torna da un lungo viaggio.
E per questo che le scale restano un luogo anonimo, freddo, quasi ostile. Si inizierà qui dunque . In Rue Simon Crubellier n.11”
La vita, istruzioni per l’uso - George Perec.
                          

Qualche tempo fa ,ho visto il film di Alice Guareschi: Autobiografia di una casa.

Nel film che è fatto di bellissimi silenzi ,la regista racconta attraverso sottotitoli e inquadrature su silenziose scale e ringhiere sbreccate (appunto)di un vecchio condominio milanese ,di aver vissuto nello stesso palazzo dell’artista Giordano Falzoni ,ma di averlo appreso solo dopo la morte.
Di aver intravisto quel portone con una luce fioca e tanta penombra, e un piccolo infermiere indiano che scivolava all'interno della casa per assistere l’artista malato da molti anni.

Viene fuori un riflessione sui silenzi delle nostre vite ,sulla nostra incapacità di comunicare, sulla conoscenza delle vite degli altri appresa solo al momento dei fiocchi appesi al portone, o delle ambulanze che corrono a prendere qualcuno .Viene fuori l’incontro con il regista Alberto Grifi che racconterà Giordano…

Chi era Giordano Falzoni?


Giordano Falzoni (1925-1998) nasce a Zagabria, durante una tournèe dei suoi genitori, entrambi musicisti. Studia a Firenze e Parigi, dove frequenta Breton e il gruppo surrealista. Si trasferisce a Roma negli anni Cinquanta per poi unirsi al Gruppo 63. Pittore, ceramista, drammaturgo, è una delle figure più eclettiche ma al contempo meno conosciute della neoavanguardia italiana. Falzoni è anche traduttore: sua è la prima versione italiana di Nadja di Breton, pubblicata da Einaudi nel 1972.
Zavattini scrisse di Giordano: “ Ogni tanto lascia nell’aria di una piazza,qualche parola nuova,senza mai votarsi indietro,le farfalle gli devono molto…Da un quarto di secolo, lo conosco, lo stimo… Lo dimentico…
Nessuno in Italia e forse neppure all’estero possiede l’arte preziosa di farsi dimenticare.”




E un venerdì nuvoloso di ottobre ,ed io mi trovo a Milano per una visita.

Decido di allungare la strada del ritorno per visitare la casa di Giordano Falzoni..

Arrivo, ma sul citofono della casa di corso Genova  non c’è nessun Falzoni.
Allora entro nel bar  (Milanesissimo) dove ci sarebbero ancora i quadri del padre di Giordano pittore di zingarelle e paesaggi e chiedo all’anziano cameriere :“Mi scusi ,ma ci sono ancora in questo bar i quadri del padre di Giordano Falzoni?”
Il Barista mi guarda appena e indica delle foto coloratissime che circondano il bancone e raffigurano dei cocktails
“ No,non sono quelle..Sono dei quadri ”
“Chieda al padrone..Io non so niente…”
Mi risponde con un forte accento milanese ,senza Mai sollevare gli occhi dal bancone.
Esco dal bar ,e vado sul retro del palazzo.
È di un marrone scuro …vecchie persiane scrostate.
Tante foglie sul marciapiedi…e rumore di macchine .
Me ne vado  pensando che  un giorno dal quelle finestre usciranno tutte le farfalle colorate di Giordano.
Loro cancelleranno tutto il grigiore della città ,e i milanesi improvvisamente grideranno:” “ Giordano Falzoni!”
E impareranno a sorridere.


Fonti citate nel testo
per conoscere meglio Falzoni:

AUTOBIOGRAFIA DI UNA CASA (ALICE GUARESCHI)



LA SPIAGGIA-RITRATTO DI GIORDANO FALZONI(ALBERTO GRIFI)



IL GRANDE FREDDO(ALBERTO GRIFI)

martedì 30 dicembre 2014

Al màt


Al mát
(Testo ed illustrazioni di Claudio Bellato)





Francamente di quelle domeniche ricordo molto poco. Col tempo le stanze accumulano sempre più scartoffie, che dopo un po’ bisogna buttare via .
In realtà ,da qualche tempo ho anche smesso di raccoglierle.
Ovviamente come molti di voi sapranno, questo è anche un metodo per non dargliela vinta.

Il prete ci raccontava la storia dell’indemoniato e
i suoi pollici erano rivolti all’ indietro come sempre.
Le sue guance ed il suo naso avevano quel bel colore rosso che hanno certi gnomi nei libri delle fiabe , o più semplicemente di chi sta per ore al caldo della stufa, bevendo qualche bicchiere di vino

” Gesú disse:” Spirito immondo esci da quest’uomo!”
Gesú gli domandò :” Qual è il tuo nome?” Egli gli rispose:” Il mio nome è legione perché siamo molti” E lo pregava con insistenza che non lo mandasse via dal paese.
” Non mandarci via ! Qui stiamo bene!”
C’era là un gran branco di porci che pascolava sul monte.
I demoni lo pregarono dicendo:”Mandaci nei porci perché entriamo in essi”
Egli lo permise loro . Gli spiriti immondi,usciti entrarono nei porci,perché entriamo in essi” Egli lo permise loro. Gli spiriti immondi usciti entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare.

Il prete fece una pausa , abbassando la testa, poi fissando un punto imprecisato della folla disse:” Quante volte chiediamo nella nostra vita…Signore , non mandarci via…Qui si sta bene!
Ma quale è il prezzo che ci chiede satana?”

Fu durante una delle lunghe pause dell’omelia che sentii quel grido.
Se chiudo gli occhi lo sento ancora adesso.
L’uomo che aveva gridato avanzava verso il tabernacolo camminando tra le due file di panche.
Aveva un cappotto color cammello che puzzava di muffa e di merda.
Il volto rugoso era avvolto da una barba ispida e bianca.
Dall’enorme cranio quasi calvo penzolavano unti, i pochi e lunghi capelli che stavano incollati alle orecchie ed al bavero del cappotto .
Raaah! Gaaah!” Urlava.
Si fregava le grosse mani bianche, e ci guardava ridendo.
Poi le sue dita bitorzolute dalle lunghe unghie gialle indicarono il prete.
Disse anche qualcosa che non ricordo.
Pregai che uscisse .Dissi a bassa voce” Signore, fa che non mi tocchi …Lo so che sbaglio e faccio sempre un sacco di casini,ma TI GIURO che sarò più buono!”
Non avrei voluto ascoltarlo così come non si riesce ad ascoltare la risposta di qualcuno ad una domanda imbarazzante.


“ Non ascoltatelo! Non ascoltatelo!” Disse il vecchio prete.
Dietro di lui i chierichetti ridevano e si davano gomitate.

Poi venne la raccolta delle elemosine,ed il brusio attenuò le sue grida.
Dopo un po’non si sentì più nulla.  Il matto se ne era andato .

A casa raccontai tutto a mia madre che versando il brodo nel piatto
sentenziò:”Mo sì !Al iera un mát e basta! At a vist un mát.”

Qualcuno mi aveva raccontato che i matti nell’antichità venivano bruciati
dalla chiesa ,perché venivano scambiati per indemoniati, o forse perché era necessario sacrificare qualcuno ,per mettere in guardia i fedeli sulla presenza del diavolo.
Tuttavia quando morivano nessuno vedeva porci  ,ma restava solo una gran puzza di bruciato.

 Forse quell’ uomo era stato mandato lì per dire qualcosa al prete, o anche a me.
Ma che cosa di preciso non saprei,forse lo poteva sapere il prete che è morto da molti anni.
Le nostre vite sono attraversate da migliaia di messaggi misteriosi, che spariscono come le bottiglie verdi che dormono sui fondali dell’oceano.

Rividi quell’uomo ancora qualche volta,o era qualcuno che gli assomigliava.
D’estate o di inverno portava il cappotto il cappello o la sciarpa e aveva l’ aria di un tisico .
Qualcuno che non ricordo, disse che era un ingegnere caduto in disgrazia.
Spesso ripenso a lui ,e a tutti gli altri matti del paese…A Berto che gridava forza Juve giorno e notte.
Qualcuno diceva che gli era scoppiata una bomba vicino quando era piccolo.

A Ivano che beveva fino a quando gli si glassavano gli occhi e gridava che gli avevano portato via i bambini, e la sua voce si perdeva nelle notti di quegli inverni ormai lontanissimi.








martedì 4 novembre 2014


La veglia

(Sogno di Cecina)

(Racconto ed illustrazioni  :Claudio Bellato)






Bussano alla porta.
Chi sarà ?
Dalla mia finestra solo un soffio di vento, una piccola piazza vuota ed  illuminata da una lampada che danza nel vento e in lontananza una  musica, ma non si sa da dove venga .
Le onde bagnano il muro.
La spiaggia è fatta da sassi.
Bussano alla porta ,ma quando apro non c’è nessuno .
C’è solo il soffio del vento
Il portiere dell’albergo se ne è andato e i miei vicini non li conosco.
Davanti a me solo il corridoio vuoto.
Cammino in silenzio e scalzo per non farmi sentire, e arrivo fino al primo piano .
Mi acquatto sul pianerottolo per non farmi vedere.
Nel salone sento parlare,una lingua che non conosco, una lingua fatta di suoni .
L’ orchestrina suona il vecchio  i saremo più"e e sono pieni di occhi , guardano me, ma non sembrano interessati ,guardano in ognivalzer viennese .
La porta a vetri e aperta , e le onde del mare arrivano fino al bancone della hall.
C’è un uomo con la testa di pietra e, una donna con i capelli blu cobalto che il vento fa danzare intrecciandoli .
Li guardo.. arrivano fino al soffitto .
Vedo una donna dagli occhi bianchi.
Un uomo dalla mascella enorme  beve e getta il bicchiere alle sue spalle  .
Ripete questo gesto,e dice: “Es wird a Wein sein, und mir wer'n nimmer sein!
Più in là c’è un uomo dalla sguardo buono e dagli enormi occhi azzurri si sorregge con un bastone .
Il sesto è un tizio con occhiali da aviatore ed una strana muta di gomma rossa.
 Ha una cresta sul capo ed  apre la bocca in continuazione, il suo naso è una proboscide lunghissima .

Dopo un po’ mi accorgo che  queste creature sono sorrette da fili , e si muovono sulla scacchiera dell’enorme pavimento ,occupando a turno una piastrella sempre diversa.
Chi li muova è difficile dirlo ,perchè dal soffitto altissimo non si vede niente ,solo buio.
I fili sono tentacoli di un verde abbagliante e sono pieni di occhi , guardano me, ma non sembrano interessati ,guardano in ogni luogo.
Sento un fruscio alle mie spalle , mi giro con il cuore in gola.
Un uomo in ginocchio dietro di me,ha visto tutta la scena. Lo riconosco , è il mio vicino di stanza. Ha la barba di tre giorni e un baschetto blu ,di quelli che usavano i contadini una volta . Mi guarda  e posa una mano sulla mia spalla.

“Non se hapisce na seha !”Dice.
Lo guardo con il cuore in gola per lo spavento.
Lui mi guarda e dice “ L’ he meglio he ritorniamo dentro !”

Entriamo dentro,ciascuno nella propria stanza, salutandoci in silenzio,con un gesto della mano.
Ci lasciamo alle spalle quella festa assurda. Io getto ancora un occhio alle mie spalle, vedendo quei tentacoli che guizzano lungo la tromba delle scale.

Poi ricordo solo un vortice di luci e di ombre ed  il mio risveglio.

“È stato un sogno !” Continuo a ripetermi a bassa voce…
E mentre mi dimenavo per divincolarmi da non so che,ho battuto un piede contro il letto,e mi sono risvegliato a causa del dolore.
Guardo il soffitto , e mi rendo conto di non essere in casa mia,ma nella stanza che ho sognato.
Poi tutto mi diventa chiaro .

Ieri mattina sono arrivato in questo posto.
Il mio vicino di stanza ha consegnato i documenti subito dopo di me.
Ma non ha un cappello da contadino,né tanto meno un accento toscano.

Dalla mia finestra vedo una piccola piazza vuota, illuminata da una lampada che danza nel vento appesa ad un filo .
Ma non si sente musica in lontananza ,come nel mio sogno.

Cosa ci sia là fuori ,io non lo so.
Esco dalla mia stanza ed attraverso il lungo corridoio.
I  miei piedi sfiorano il soffice tappeto rosso. Piccole luci fioche illuminano le porte.
Chi c’è lì dentro?
Io non lo so.
Arrivo nel salone,e guardo il soffitto altissimo e buio .
Dalla porta a vetri posso vedere la spiaggia di sassi e le onde del mare altissime.
Ma non si sentono valzer viennesi come nel mio sogno.
Né si vedono donne con capelli blu, o uomini con la faccia di pietra.

Sono solo.
Solo come sempre.
Ma non ne faccio un dramma.

Chi ci sia in questo albergo,io non lo so .
So solo che in questo momento stanno tutti dormendo.
Un filo sottile collega i loro corpi, con tutti gli altri corpi la fuori.
I muri e le barriere non esistono più,tutti dormono sulla terra fredda ,sotto ad un cielo nero, come è stato e come sempre sarà,dal tempo in cui fu deciso.
Io sono stato chiamato a vegliare su di loro ,o almeno così mi piace pensare.

Ma come potrò essere utile ?
Cosa sono io per loro ?
Come potrei impedire qualsiasi cosa al padrone delle loro vite?
Io sono solo una guardia disarmata ,e quello che accade ora è un segreto che nessuno potrebbe svelarmi.

E allora aspetto il mattino e resto a guardarti.
Io sento il tuo respiro che va e che viene ,come le onde del mare, e lo custodisco dentro di me, come se fosse il bene più prezioso.
Anche il piccolo Tondo fa vibrare i suoi baffi, forse immerso in un sogno di agguati e vibrisse,che faticherebbe a spiegarmi domani mattina.

Ed è in notti come queste che penso a tutti i cari amici che sognano.
Penso a P. ed alla sua casetta nel bosco, dove ora i tassi danzano alla luce della luna, come non farebbero mai davanti a lui .
Penso a G. che ha preparato il pranzo per domani ed ora riposa nella sua guardiola ,mentre l’aria là  fuori profuma di minestra e di nebbia.

Penso anche agli ultimi sogni che mio padre avrebbe voluto raccontarmi .
Ma io non c’ero mai.
Io non avevo tempo di ascoltarlo ,perché ero troppo impegnato nelle mie imprese solenni,e nella frequentazione degli imbecilli di ogni ordine e grado (una delle mie specialità)

Penso al profumo della sua giacca,quando ritornava a casa ,e chiudo gli occhi.
Sono su questo terrazzo ,ed ho le mani appoggiate sul balcone.

Resto qui a guardarti ,mentre tutti sognano, sulla terra fredda ,sotto a questo cielo nero.
E penso a tutte queste cose.